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Il volo

E all’improvviso il volo di mille filamenti lucidi e scintillanti. Il peggio è molto scenico dal basso. Qualsiasi rottura in una notte di anonima luna calante è scenicità. La campagna odorava e la luna rendeva le pozzanghere sul terreno brillanti, come zirconi incastonati. L’immobilismo è esaltazione. Il nulla è un protagonista facile. In fondo c’era la strada che sibilava di tanto in tanto. La regolarità è l’abitudine più rumorosa del silenzio. Succedeva lì di essere un pezzo di campo tra il prima e il dopo, terra per qualcuno e distanza per il resto del mondo. Ridevamo. Laggiù in fondo in una classe A nera del 99. Andando dove non ci importava perché il dove era l’ultimo avverbio ed era quello che ti riportava tra le coperte calde di casa. Sulla strada, quella era una cometa. No, non lo era. Poteva essere ma non era. Non importava. Ridevamo. Nessuno si è mai reso conto di essere stato allegro in fondo a un campo. E all’improvviso il volo di mille filamenti lucidi e scintillanti, in un attimo che cristallizzò frammenti plastici di un pollock di consumo e fu così che la cassetta dei tazenda uscì per sempre dal finestrino. C’era qualcosa di orribile in tutto.

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