Archivio per personaggi

Bancario amico immaginario

I pagamenti con il conto corrente online sono veramente una comodità. In finlandia, pagavo l’affitto in pochi click senza dover uscire da casa. Peccato che ogni mese dovevo andare allo sportello a versarceli i soldi e quindi alla fine era tutto un cazzo, però i pagamenti erano una comodità.
In fin dei conti in quel periodo non mi pesava tanto andare una volta al mese in banca. La mia banca era differente per davvero: tutta rossa e beige, con un’illuminazione pensata, arredamento sofisticato e poca fila.

Per versare i soldi avevo avuto sempre a che fare con delle operatrici di sportello, che erano rampanti signore over 60 e io giustamente pensavo che magari qualcuno l’aveva capito che i neolaureati devono fare un lavoro stimolante e quelli che hanno già dato fanno qualcosa di meno impegnativo.
Un giorno mi successe un fatto un pò particolare. Mi trovai davanti un giovane sulla trentina che iniziò la prassi del versamento:

- chiedermi il numero del conto
- chiedermi la tessera per ovviare al fatto che non mi ricordassi il numero di conto
- chiedermi l’importo da versare
- chiedermi un documento…..

Siccome avevo il documento nella tasca dei pantaloni e con il giubbetto sarebbe stato impegnativo reperirlo da seduto, in uno sprazzo di lucidità nel torpore mattutino mi ero premurato di metterlo nella tasca del giubbetto. Quando lui mi chiese il documento io presi la prima cosa plasticosa nella tasca e…. gli porsi un preservativo!
Fermiamoci un attimo. Non è che io vado sempre in giro con roba del genere in tasca eh. Cioè potrei dire di si però no. Era successo che la sera prima avevo conosciuto un pò di ragazzi del parlamento giovanile europeo che erano lì per una convention e mi avevano lasciato il loro gadget per aggraziarmi il voto per non so quale votazione: un preservativo sponsorizzato dal loro partito, il partito liberale europeo.
Dopo un millisecondo (secondo la scala Mattino) di smarrimento ritrassi la mano e cercai il documento facendo più attenzione. Da quel momento inizia a pensare quale fosse la cosa meno sbagliata che potessi fare, non sapendo neanche cosa avesse interpretato il bancario.
All’improvviso il bancario divenne simpatico. Era come se lui avesse capito che io ero l’italiano dell’immaginario collettivo che andava all’estero e si passava tutte. Lui invece di essere ostile sembrava che volesse capire come si faceva. Pensate che roba, voleva saperlo da me. Insomma mi disse che adorava l’italia, la giovialità del popolo italiano e tutte quelle cose che si dicono quando si attinge a più riprese dall’immaginario collettivo.
Siccome quella era la condizione che mi metteva meno a disagio tra le tante in cui si sarebbe potuta evolvere la cosa, rimasi con questa sensazione che avevo percepito e me ne andai pensando che ero diventato per la prima volta amico di uno che lavorava in banca.
La volta dopo mi riconobbe e fu ancora più gioviale. Mi disse che adorava l’italia, ancora, che il popolo italiano era molto divertente, ancora. Ma al nostra amicizia immaginaria finì per un brutto episodio. Quel giorno scoprìi che ci sono cose che posso cambiare e cose che non potrò mai cambiare. Lui mi disse che gli piaceva il suono della lingua italiana e mi chiese di leggergli l’importo che stavo versando:

CIN QUE CEN TO CIN QUAN TA CIN QUE

mentre ripresi possesso della lingua italiana mi accorsi della dissonanza della sillaba CIN e vidi sul suo volto che quel suono era allo stesso modo orribilmente ridicolo di fronte alla durezza della pronuncia finlandese.
Da quel giorno tutto cambiò e per colpa della lingua italiana non ebbi mai più un amico bancario immaginario. E questa signori è una storia triste.

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Från bänk

Dava a vedere a venti metri. Sembrava che nonostante avesse ottant’anni non avesse ancora capito nulla dalla vita. Camminava con la bici al fianco  e la teneva sull’estremità del manubrio. Era curioso come riuscisse a perserverare nell’interrompere il suo passo incerto ogni volta che la bici si fosse sbilanciata e si fosse negata dall’andare dritta. Dava a vedere che era uscito col sole di metà mattinata e si era imbacuccato come un tipico anziano che si copre con il solo scopo di non sentire freddo. L’impaccio dei suoi anni ancora non l’aveva portato a pensare che forse poteva cambiare ancora qualcosa di quel che era solito fare, si vedeva a venti metri che lui la bici la tenesse così da una vita.
C’era un impercettibile forza che lo fregava poco a poco. Non si accorgeva che l’equilibrio tra due forze, equilibrio in realtà non era. C’era un’inesorabilità intermittente ma costante che accompagnava quella sua azione da giorno di sole.
Io che lo vedevo magari glie l’avrei pure dato un consiglio, ma vacci a parlare con i vecchi. I vecchi ti dicono che hanno fatto la guerra e tu no, ti dicono che hanno fatto la fame e tu no, ti dicono che una volta erano i tempi e tu.. beh tu no.
E poi gli avrei potuto cambiare le giornate se gli avessi detto di impugnare il manubrio della propria bici al centro invece che all’estremità. Ma avrebbe retto all’idea di aver speso tutta la vita a tenere la bici dalla parte sbagliata, che la sua vita avrebbe potuto essere differente, migliore? Forse si, semplicemente perché non l’avrebbe accettato e la differenza tra l’aver ragione e esser nel giusto non è così importante quando si è fatto la guerra, si ha avuto fame… una volta si che erano i tempi…
Ma poi i vecchi fanno mille domande se gli dai confidenza e i giovani che sono presuntuosi per natura non vogliono dare troppe risposte. Magari non vorresti ma è lì che arrivi: sul punto di chiederti cos’è che non hai capito tu della vita e cos’è che non capirai mai e, quando a ottanta anni la tua goffaggine non darà scampo all’evidenza, quale sprovveduto sarà a godersi lo spettacolo.

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Ancora dopati, sempre colpa dei dopati

Salve sono limone, forse vi ricorderete di me in episodi del tipo “Lo sconosciuto che mi sorride con un dente solo” o “Ciao, voi siete vestite una di verde e una di rosso.. io sono vestito di bianco… mi metto in mezzo”. Oggi ho scaricato quattro canzoni di gino paoli e mi son messo a cercare video vecchi di avril lavigne, dopo essermi subliminalizzato da solo col post precedente, per capire se fosse un artista pop-punk, pop, poppa-nk o britney spears. Il tutto perchè avevo un trauma alla base che dovevo superare. Uno sconosciuto mi ha fatto una battuta e ho subito clamorosamente, vi premetto che non è bastato per risollevarmi neanche questa risposta:

  • mi sembri una faccia vista, che lavoro fai?
  • il cantante dei negramaro

Ieri c’era una comitiva di ubriachi fradici a fianco al nostro tavolo, uno si è tolto le ciabatte, ha accavallato la gamba, mi ha mostrato le unghie colorate del piede e mi ha chiesto:

  • ti piace?
  • beh..
  • ma come, non sei pedofilo tu?
  • O_O

Ebbene, sono stato battuto da un ubriaco da quattro bottiglie.

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Allacciatevi le cinture quando sognate

Di seguito c’è il riassunto di un altro sogno di una notte mi mezza estate che ho fatto:

Il sogno inizia con un napoletano che mi lascia le chiavi della sua macchina e mi dice di riportargliela a casa, siccome era parcheggiata contromano sul corso principale faccio inversione a U.
Nella fretta di rimettere la macchina nella giusta direzione non metto neanche le cinture di sicurezza, pensando di metterle appena fatta la manovra, ma neanche a quel punto mi è possibile perchè scatta il verde e tutte le macchine del corso mi sono a ridosso. Faccio pochi metri e vedo un poliziotto con la paletta, spero che non mi fermi. Però è girato e cammina nella mia stessa direzione quindi c’è possibilità che non mi fermi. All’improvviso si blocca e senza girarsi e quindi senza neanche avermi mai visto tira fuori la paletta facendo segno di accostare. “E va bene, accostiamo”, entro in piazza e la trovo piena di poliziotti in divisa e in borghese, cerco di uscire in fretta dall’auto per non farli accorgere di non avere le cinture di sicurezza e prendere tempo.
Esco e guardo dall’altra parte della mia macchina, un poliziotto giovane mi guarda e mi dice “Ciao, come stai?” e mi porge la mano per stringerla. Rispondo “Bene grazie” e poi lui “L’hai fatto mai?” e a quel punto mi sembra strana la situazione, guardo gli altri automobilisti fermati e nessuno sembra stare lì per essere multato o controllato.
Un agente in borghese che sembrava quello con il più alto grado di tutti mi mette un braccialetto bianco di quelli che andavano di moda qualche estate fa, sul tipo nike stand up speak up, poi impugnando il mio braccio tira fuori una siringa e mi sorride. “Che cos’è?” chiedo e quello mi sorride come se lo stessi prendendo per il culo, come se avessi chiesto cosa fossero la pasta sul sugo. Dico “Che cos’è?” di nuovo e lui continua a sorridermi come un ebete. L’agente non mi forzava, cercava solo il mio consenso che gli sembrava ovvio. Quello che traspare è che tutti sanno che cosa sia tranne io, ma nonostante tutti lo sappiano non si può dire niente esplicitamente su questa sostanza
Alla successiva insistenza alza la siringa all’altezza dell’occhio puntandola sulla pupilla senza toccarla, poi inizia a premere con energia versandosi qui tutto il liquido. Mi riguarda e ride ancora. A quel punto lo dico: “Ma che sei deficiente?”

Prima che qualcuno voglia cimentarsi nell’interpretazione di questo sogno, voglio premettere che prima di dormire ho bevuto 4 moretti e ho duellato contro un mio amico sino alle 4 a.m., in una sfida in cui entrambi armati con un tubo di cartone di 2 metri a cavallo delle nostre rispettive bici tentavamo di disarcionarci.

duello cavalieri

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Una reflex con i capelli a caschetto

 

Questa ragazza in piedi sulla panchina è Asia (pron. asha). Avrei potuto trovare una foto nella quale si vedesse anche il volto ma non l’ho fatto per due motivi. Il primo è che così è come mi è rimasta impressa; il secondo è che la foto senza troppi giri di parole politicamente corretti la migliora. Asia è una di quelle persone che rimane tendenzialmene ai bordi del contesto, una ragazza un pò bruttina con gli occhiali neri di cellulosa non alla moda, i capelli a caschetto, un fare da donna pronta per un’età veneranda e non esattamente ignorante, piuttosto addormentata riguardo quello che fanno tipicamente gli altri ragazzi della sua età.
Nonostante avesse tutte le carte in regola per rimanere sempre nell’ombra anche lei ha avuto il suo momento di gloria. Eravamo una trentina ammassati in una stanza per una festa di compleanno e l’alcool quello nel frigo era finito, ma non quello nelle vene degli invitati, inoltre Gabor, che era un bastardo, ne teneva di riserva per se e come al solito finì per essere il più ubriaco e molesto di tutti. Gabor non a caso era soprannominato “the beast”.

In un attimo che sembrò ci fosse stata un’illusione di gruppo, potemmo accorgerci di uno scoop più sensazionale di una star americana con qualche altra star di holliwood: era Asia e Gabor che, ubriachissimi, si stavano baciando intensamente, di sicuro Gabor non aveva manco le cognizioni mentali per accorgersi di non essere sul letto a dormire quella sera però da quel che dava a vedere sembrava travolto dalla passione. Non so se dopo quella sera Asia avesse mai più rivolto la parola a Gabor e viceversa, ma il giorno dopo l’accaduto erano loro i protagonisti indiscussi del gossip condominiale e la cosa era molto più divertente e intrigante di rivelazioni ben più prevedibili.

Tre giorni prima di cambiare casa scoprìi che abitava di fronte al mio appartamento. Avevo bussato alla porta di fronte per salutare Elena che se ne stava già andando e mi aprìi Asia senza riconoscermi all’istante, dopo dieci secondi che ci stavo parlando mi disse che solo in quel momento mi aveva riconosciuto. Era abituata a vedermi con le lenti a contatto e quella mattina con barba incolta e occhiali da vista davo l’idea di una persona così intelligente e con l’aria da filosofo, a suo dire, che non era facile collegarla con la stessa persona che è stata ubriaca per un mese di fila. Presi la cosa come un complimento.

Non ho condiviso molto con questa ragazza, per via di due opposti modi di porsi alla vita ma mi è rimasto impresso ciò che pensasse della fotografia. Sebbene io sia stato in quel periodo di massima ispirazione una persona da duemilacinquecento foto al mese, lei è riuscita a battermi. Questa cosa nonostante fosse insignificamente e prettamente numeraria non riuscivo a spiegarmi come fosse stata possibile. Mi parlò di un fotografo di cui non riesco a ricordare il nome che fotografava ogni attimo della sua vita perchè diceva che avere tante fotografie è il modo per allungare la propria vita. Quando mi sono rivisto tutte le mie foto mi sono accorto che aveva ragione: più attimi avevo colto e più mi sembrava di aver vissuto.

Ebbene concordo, le foto non sono nient’altro che un’indice ragionato per una memoria inevitabilmente labile. Solo che io adesso di lei ho l’immagine di un obbiettivo con i capelli a caschetto e forse non solo io.

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